Caro Avversario

febbraio 28, 2012


Caro avversario,
ti sto scrivendo dalla mia stanza d’hotel. Sto aspettando di giocare il day1A di questo ennesimo evento e mi si è rotta l’emotività, non parte più. Così ho pensato di scriverti per esorcizzare questo momento. Senza emozioni non sono mai riuscito a fare nulla, se non riflettere aspettando che tornassero e qualche volta ha anche funzionato.
Sai, ieri notte guardavo un cielo particolarmente stellato e mi è tornata in mente Las Vegas, le sale sconfinate del Rio e tutte le emozioni che quei tavoli sono stati in grado di trasmettermi. Emozioni che mi sono lasciato da qualche mese alle spalle, ma sempre indelebili.
Forse è semplicemente colpa della magia di questo gioco e di quella meccanica sensazione di benessere che ci porta ad amare senza condizioni ogni posto che ci ha consentito di sognare.
Il fatto è che c’è qualcosa che rende l’emotività generata dal poker un sentimento diviso in compartimenti stagni dai quali è difficile staccarsi e con il quale devi necessariamente fonderti. Vallo a spiegare tu, ad un giocatore, che vivere la magia del poker nel tempio stesso del poker non è la stessa cosa che viverla altrove. Puoi tentare, ma lui non ti capirà, perché ha i suoi sogni e le sue emozioni già attaccate addosso.
Il punto, quello che mi premeva dirti, è che noi giocatori di poker sognamo ed i sogni che facciamo rimangono incollati ai vestiti che indossiamo, a tutto quello che facciamo ed a tutte le città che visitiamo.
Sono sogni che sedimentano, solidificano, calcificano e poi fossilizzano, come il cemento. Se ne rimangono lì, solidi e imperituri. Secondo me, una volta edificato, ogni nostro sogno dovrebbe entrare a far parte dell’urbanistica delle città dove giochiamo ed essere indicato anche sulle cartine stradali. Immagino già di sentire il navigatore della mia auto: “girare dopo l’ultimo dei tuoi sogni a destra”.
Adesso sto divagando.
La faccenda è che stamattina la fredda dinamica dei sogni del passato mi ha completamente catturato e non mi lascia emozionare quel tanto che servirebbe per guardare con ottimismo al futuro.
Guardo, al lato di ogni strada che mi porta ovunque, i cartelloni dei film per la strada e sono un sogno, ogni persona che incontro è un sogno, le case, i negozi ed anche questo dannato cielo stellato stasera sono un sogno.
C’è chi gioca e dice di non aver mai sognato. Sciocchezze.
Le concezioni di chi gioca senza sognare nascono da un retaggio culturale sognante. Si dice di non avere sogni proprio perché ci si rende conto di poterne avere, ma di non essere in grado di afferrarne alcuno.
Caro avversario, anche per chi non ha voglia di sognare, a volte i sogni si avverano. Prendi l’esempio di Filippo Candio che ha raggiunto quel fantastico tavolo finale, ne avrai sentito parlare no?
Comunque, sto divagando ancora una volta.
Ora devo andare. Devo ancora registrarmi ed immagino di trovare un gran numero di sognatori alla cassa. Giocherò a Malta e per qualcuno, che riuscirà a buttarmi fuori, ci sarà anche la soddisfazione di raddoppiare il suo “buy in” sul conto Giocopiù. Poi volerò a Nova Gorica per la tappa l’IPT e tenterò di emozionarmi ancora.
Non mi ricordo più cosa ti volevo dire! Ah si, spero tu stia bene.
L’emotività si è riaccesa da sola e magari riesco a tenerla accesa fino a tardi. Tu incrocia le dita, per me, ma soprattutto per te.

Ti scrivo presto,

Con affetto.

Gianluca Marcucci

Facebook?

febbraio 10, 2012


Perché adoro facebook?
Scrivi sul profilo una cosa del tipo “Il cielo mi guarda mentre la vita scorre via bastarda!” e ti ritrovi 50 commenti, scrivi “Apro da UTG perché yes yes lo sapevo” e ti ritrovi 40 commenti, scrivi “Totti ti amo” e ti rispondono in 20, scrivi “Finalmente è arrivata la sponsorizzazione!” e ti rispondono in 10, scrivi “Buon Natale!” e ti rispondono in 5. Poi finalmente scrivi una cosa intelligente e non c’è nessuno che capisca quello che hai scritto, forse devo davvero rivedere la qualità media dei miei post. E intanto c’è un’altra scossetta di terremoto…

Aforismi e pensieri in disordine /7

febbraio 10, 2012

A volte ti illudi di correre e invece stai solo girando vorticosamente su te stesso. Ma non è un dramma. Quando successe a Leonardo Da Vinci lui pensó subito all’elicottero.
Non ha senso drammatizzare il presente, anche quando si corre a vuoto bisogna guardare comunque e con fiducia al futuro.

Per combattere il disincanto di questi tempi dovremmo tutti recuperare un po’ di quelle virtù che una volta si chiamavamo ironia, ingenuità, umiltà, passione ed emotività.
Sono o non sono un inguaribile romanticone?

Il pettegolezzo è la forma più alta di rapporto sociale che alcune persone riescono ad intrattenere col prossimo. Questo la dice molto lunga sulle qualità dell’essere umano.

Una volta i manicomi erano pieni di persone convinte di essere Attila, Dio o Napoleone. Poi hanno chiuso i manicomi…

Siamo già a febbraio, tra pochi giorni un altro compleanno, un altro anno, una nuova pagina e sempre le stesse domande a punzecchiarmi il cervello.
Che cosa ne ho fatto di questi anni? Che succederà nei prossimi?
Questa è la decade in cui dovrei cercare di portare a maturità sogni ed ambizioni di tutta una vita, lo sto davvero facendo?
Dovrei rallentare eppure tutto scorre via sempre più veloce lasciandomi troppo spesso con quella effervescente angoscia di restare “senza tempo”, con il domestico dubbio di non aver realizzato tutto il realizzabile.
E’ un tempo che non perde tempo, che scorre veloce, attimo dopo attimo. E basta un attimo per perdersi tra un sogno e l’altro, come tra i due punti di quella carta nautica che a volte, con la tempesta, sembrano davvero essere troppi lontani.
Ecco perchè, ogni tanto, sento solo il chirurgico bisogno di investire del tempo per ritemprarmi, smettere di pensare, oppure semplicemente pensare a tutte quelle cose alle quali non si pensa mai.

Le parole non bastano mai. Servono parole per rispondere ad altre parole ed ancora parole per modellare un discorso. A parole si viaggia nel tempo, si diventa ció che si vuole, si vola e si raggiunge la luna. Abbiamo bisogno di parole, ogni giorno. Ma ci vorrebbe anche una mano che impedisca all’anima di uscire dalla bocca, quando di parole non ce ne sono più.

C’è una moneta che finisce di roteare solo nel momento in cui scende la quinta carta sul tavolo. E tu sei lì, fermo a guardarla, nella speranza di poterla lanciare anche solo per una volta ancora.

C’è chi stringe i denti, chi stringe i pugni, chi stringe le chiappe e chi stringe un rosario. Poi c’è chi ti stringe la mano e non si sognerebbe di mollarla mai!!!!

‎”Ricorda, perché tutto cambi in positivo devi sempre essere positivo e credere nella tua positività!”
Lo diceva sempre un mio amico calciatore poi squalificato 1 anno per doping!

La prima regola per chi va via è quella di non fermarsi mai a guardare indietro. Aho, ci fossi mai riuscito una volta…

Senza paure

gennaio 24, 2012

Il rischio che a volte si corre è ridurre la felicità ad una mera apparenza, al sembrare sempre migliori e più felici di quello che in realtà si è.
Meglio patire decine di disillusioni e ripartire da zero, piuttosto che confondere e confondersi, perché l’unica felicità possibile sta proprio nella ricerca stessa dei nostri momenti felici.
Saggiamente.
Correttamente.
Cercando solo di non farsi contagiare dalla paura di non poterlo essere mai.

Il sogno di Pupi

gennaio 15, 2012

Leg­gende, sto­rie che devono essere lette. Come i miti, le favole e le fiabe, fanno parte del patri­mo­nio cul­tu­rale di ogni popo­la­zione e non sono poi così lon­tane da quella verità che solo i bimbi sognano di descri­vere.
Mi chiamo Pupi ed ero un pesce rosso. Lo so, il nome è chia­ra­mente frutto della mia fan­ta­sia, ma pre­fe­ri­rei rima­nere nell’anonimato almeno fino al ter­mine di que­sta sto­ria.
Per molto tempo sono rima­sto appar­tato ed in silen­zio, ma credo sia arri­vato final­mente il momento che il mondo venga a cono­scenza dei fatti che andrò qui di seguito a narrare.

Personaggi e luoghi, pensieri ed emozioni, passato presente e futuro raccontati attraverso le parole dei nostri autori con linguaggi e stili diversi.
Ricordo che era una calda serata di luglio dell’ anno 1951 e, dall’alto della sua cabina, il coman­dante Pie­tro Cala­mai stava con­tem­plando la miste­riosa volta cele­ste del cielo illu­mi­nata solo a tratti dal bagliore inter­mit­tente del faro di Nan­tuc­ket.
Il suo tran­sa­tlan­tico avan­zava ad una velo­cità costante di 21 nodi. Il nome scritto a carat­teri chiari sulla prua era “Andrea Doria”.
All’epoca vivevo in una coppa di cri­stallo ben anco­rata sulla scri­va­nia della cabina e tra­scor­revo le mie gior­nate in balia di colo­rati sogni ed alie­nante riposo.
Ero il pesce rosso del coman­date e andavo fiero del mio ruolo. Sapevo che avrei potuto sol­care i mari ed osser­vare il mondo da un punto di vista che nes­sun essere di quelli appar­te­nenti alla mia spe­cie avrebbe mai potuto van­tarsi di avere. Mi sen­tivo spe­ciale.
In fondo quella era una delle tante notti in cui una grande nave attra­ver­sava gli oceani ed io da gio­vane pescio­lino sognavo come sem­pre che la mia fama di nuo­ta­tore e di scru­ta­tore degli abissi marini sarebbe stata un giorno messa a dispo­si­zione del mio comandante.

Igno­ravo che di lì a poco si sarebbe con­su­mata la seconda più grande tra­ge­dia di mare dopo quella che aveva visto pro­ta­go­ni­sta un enorme blocco di ghiac­cio e la nave più sicura del mondo, il Tita­nic.
Alle 22,45 il mio coman­date saltò in piedi dalla sua branda per rispon­dere ad una chia­mata della sala comandi. Il radar aveva segna­lato una nave che avan­zava verso la nostra a 18 nodi ed era a meno di 1 miglio.
Le imbar­ca­zioni si sareb­bero scon­trate. Vidi Cala­mai ordi­nare di acco­stare di quat­tro gradi a sud, cioè di spo­starsi verso sini­stra, in modo da aumen­tare la distanza. Ma di lì a poco com­presi che non sarebbe ser­vito a nulla.
Una rom­pi­ghiac­cio sve­dese al comando del ven­ti­seienne Cartens-​Johannsen, sosti­tuto di un coman­dante che in quel momento stava ripo­sando, entrò in col­li­sione con la nostra con un angolo di quasi 90 gradi e fù una prua rin­for­zata in acciaio a squar­ciare la fian­cata per quasi tutta la sua lun­ghezza.
Il rumore delle sirene di allarme attra­verso’ l’aria, il vetro e l’acqua per giun­gere alle mie pic­cole bran­chie rosse. Poi fù il turno dello stri­dio delle lamiere con­torte e delle grida degli oltre mille pas­seg­geri.
L’impatto deva­stò molte para­tie sta­gne e per­forò cin­que depo­siti com­bu­sti­bile. Il nostro fan­ta­stico tran­sa­tlan­tico comin­ciò ad imbar­care acqua di mare dell’ordine di circa 5 ton­nel­late al secondo. L’Andrea Doria sbandò a dritta per oltre 15 gradi ras­se­gnan­dosi ad un destino irre­ver­si­bile.
Quel giorno il mio coman­dante pianse. Mi cercò attra­verso la tra­spa­renza delle sue lacrime tro­van­domi die­tro al vetro della mia solita coppa di cri­stallo. E fù lì che per la prima volta mi parlò: “È ora di vedere quello che sai fare.”
Poi, aperto un oblò, gettò la mia coppa di cri­stallo in mare.
Fù una lunga ed inu­tile attesa la mia. Vedevo l’acqua dell’oceano farsi più vicina. Con­fusi il senso di morte scam­bian­dolo per libertà. Ma ero un pesce d’acqua dolce. Non emersi mai più.

Qual­cuno sostiene che i pesci d’acqua dolce pos­sono soprav­vi­vere anche in oceano aperto, e che addi­rit­tura riescano a tor­nare in terra quando fra gli uomini non c’è più nes­suno che sof­fre per dolore o per ingiu­sti­zie. Altri invece sosten­gono che per ogni pesce rosso che muore avvenga invece un mira­colo.
Non so quanto di vero ci sia in tutto que­sto, ma ci credo ciecamente.

Mi chiamo Linda Mor­gan, ed il 25 luglio dell’anno 1956 occu­pavo la cabina numero 52 che fu la prima col­pita dalla prua di un rom­pi­ghiac­cio sve­dese. Venni sbal­zata dal mio letto ritro­van­domi sul ponte di un’altra nave. Scam­biai la realtà per un sogno e nel mio sogno vidi un pesce rosso nuo­tare via.
Oggi ho 74 anni ed i miei figli mi chia­mano scher­zo­sa­mente “Pupi”.

Il nulla.

gennaio 14, 2012

Credo che in ogni vita, un eccesso di vita non sia mai una colpa. E non perchè una esistenza abbia necessariamente bisogno delle sue stegolatezze per essere vissuta, ma perchè una vita privata dei suoi eccessi, avrebbe un suo modo diverso di trasformarsi in vita e finirebbe con l’essere meno vita della vita che ambisce di essere.
Come in un libro in cui si va avanti a leggere e più non ci si rende conto di chi sia il personaggio principale.
Passatemi il gioco di parole, in fondo è solo un gioco.

In ogni vita c’è un nessuno che sogna di diventare qualcuno. Un personaggio. E potresti essere tu che leggi, oppure io che scrivo o magari una donna che perde un treno o che fatica a parcheggiare la macchina. Cosa volete che cambi?
Chiunque andrebbe bene e chiunque non sarebbe allo stesso tempo adatto ad interpretare il ruolo, perchè senza eccessi non ci sarebbe nemmeno un ruolo da interpretare. Nessuna storia. Nessuna distinzione tra una vita e l’altra.

Alla fine di questo libro nessuno avrà raggiunto alcun obiettivo, nessuno sarà andato in alcun luogo sognato, nessuno avrà mai lottato per il suo sogno o capriccio, nessuno sarà mai caduto al tappeto e tornato a combattere. Nessuno avrà mai raggiunto la sua piccola Itaca, nessuno avrà salvato il suo castello, baciato la sua principessa o raccolto un quadrifoglio.
Nessuno avrà mai affrontato la sua nemesi o preso in considerazione l’ipotesi di lottare, vincere o farsi trafiggere eroicamente e perdere.

Tutta questa latenza di emozioni io la chiamo “nulla”.
Quel libro senza pagine che non ha bisogno di protagonisti. Quella irraccontabile storia che puó continuare tranquillamente a fare a meno di noi in questa ed in tutte le altre vite a venire.

Conosco persone

gennaio 11, 2012


Conosco persone in grado di muovere un dito solo per il proprio rendiconto personale. Uomini che non fanno niente per niente. Falsi benefattori con il vizio della contabilità anche quando si tratta di sentimenti. Li vedi che fingono ed a volte stenti a riconoscerli, ma il loro modo di essere è quel bluff che alla fine viene sempre scoperto.

Conosco persone prudenti e troppo affezionate ai propri diritti acquisiti tanto da ridursi a vivere evitando ogni possibile decisione ed ogni conseguenza che possa, in qualche modo, cambiargli la vita. Uomini impegnati non a vivere, ma a gestire quel poco di potere raggiunto o la propria misera posizione. Personaggi anonimi che parlano e ridono col contagocce. In fondo meno ci si espone e più facilmente si evitano rischi inutili, anche negli affetti.
Poi conosco alcune persone che credono di essere sempre più furbe ed intelligenti degli altri. Uomini in grado di vivere in equilibrio sulle proprie bugie credendo di non scivolare mai. Imbonitori che cercano sempre di vendertela giusta e che per un po’ magari ci riescono, ma è un gioco a carte scoperte che alla fine diventa palese. E’ solo questione di tempo.

Conosco brave persone e gente onesta, uomini che in modo diverso si sbattono e combattono ogni giorno per fare correttamente il proprio lavoro. Sono i supereroi della quotidianità, sempre in grado di tendere una mano con entusiasmo. Sempre pronti a lanciarsi con il cuore oltre l’ultimo ostacolo.

E poi conosco gente semplice. Uomini buoni al limite dell’ingenuità, persone come mia madre, che dice sempre ció che pensa e che fa sempre ció che dice, spesso incurante delle conseguenze ed in grado di sorridere comunque su tutto. Sono personaggi storicamente considerati perdenti, ma io devo, voglio e posso pensare che non sia davvero così.
A volte la franchezza, la trasparenza, l’entusiasmo, l’ironia e un pizzico di sana ingenuità, valgono quanto il raro talento di un uomo.
Ti voglio bene mamma!

Imperfetti, ma sinceri.

gennaio 4, 2012

Non credo nella perfezione e nelle persone senza difetti. Tutti ne abbiamo, tutti siamo in qualche modo, fallibili. E se mostro su un social network ció che sono e ció che provo è solo perchè sento il bisogno di un’enorme mole di sincerità e trasparenza.
Sarò un ingenuo, ma forse l’unica strada per infrangere la corazza di diffidenza e rabbia che ci sta soffocando è quella di raccontarsi. Non apparire, ma essere. Magari imperfetti, ma sinceri. Buon 4 gennaio!

Buone Feste

dicembre 27, 2011


Buone Feste a tutti noi, adoloscenti degli anni ottanta.
Noi che non sappiamo arrenderci quando le situazioni escono fuori dal nostro controllo e che ci ostiniamo a lottare anche quando le soluzioni appaiono fuori dalla nostra portata.
Irrimediabilmente teneri e troppo complicati, mai compresi fino in fondo, eppure divertenti, generosi, intelligenti e un po’ testardi, ma mai banali. Imperfetti al punto da non poter più essere modificati o reindirizzati.
Noi che le nostre scelte non sono mai dovute al caso.
Noi che “ammazza che casino” è un’ideologia e non un fatto.
Noi che all’occasione saremmo in grado di fare di tutto per renderci la vita più difficile.
Noi che non nascondiamo quell’atteggiamento vagamente masochista di chi sa comunque come uscirne fuori.
Noi che la sera controlliamo se una bimba dorme e che guardiamo Fox Retró prima di andare a letto.
Noi che, nel bene o nel male, siamo fatti così.
Buone Feste a tutti noi.

Ogni giorno

dicembre 27, 2011

Ogni giorno, che sia Natale, Pasquetta, il giorno del tuo compleanno oppure un giorno qualunque, sei chiamato a fare un qualcosa di importante.
Poco conta che sia un periodo felice della tua vita o rigonfio di profonde malinconie, perché c’è quel qualcosa che va comunque fatto.
Esiste per ogni uomo un compito non scritto che, per quanto gravoso possa essere, deve comunque essere svolto sempre, con chirurgica dedizione ed a qualsiasi condizione, senza stare lì troppo a pensare.
Il mio dovere è quello di essere un buon padre. Un ruolo che ho interpretato per otto anni, senza distrazioni, ed al quale per niente e nessuno sarei disposto a rinunciare.
Niente. E nessuno!
Papà ti sarà sempre accanto piccolina mia.


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